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Incontro con Luigi Pane

Oggi pomeriggio il regista Luigi Pane ha incontrato il pubblico del Siloe Film Festival per presentare il suo cortometraggio in concorso L’Avenir, una storia d’amore e speranza perduti e ritrovati sullo sfondo degli attacchi terroristici della tremenda notte del 13 novembre 2015.

«Ci siamo abituati a pensare di non essere artefici del nostro destino, che il futuro sia scritto da qualcun altro. Questo è stato un po’il germe alla base del mio film», spiega il regista. «Viviamo in tempi difficili, è come se ci fossimo persi nella moltitudine di informazioni, di media. Ma nel nostro piccolo dobbiamo provare a cambiare le cose, a porci delle domande e cercare delle risposte».

L’Avenir è stato girato proprio nel quartiere del Bataclan, locale ormai simbolo delle atrocità di quella notte: «Perché durante gli attacchi al Bataclan? Perché è stato uno dei primi eventi che per le nuove generazioni hanno portato la violenza nel quotidiano, nei nostri momenti di svago: mentre siamo a cena o ad un concerto. Ma il fatto di cronaca è stato solo un pretesto, il corto non vuole essere un resoconto di quella notte», precisa Luigi Pane. «Volevo raccontare la storia di due persone che vivono quella realtà e si chiedono come affrontarla, e ci riescono innanzitutto tornando a parlarsi, a confrontarsi».

di Costanza Morabito

Alessandro Zaccuri apre il ciclo di conferenze di Siloe 2018

Sabato 21 luglio ore 11.00

Alessandro Zaccuri| Così antica, così nuova. Le figure della speranza 
(ascolta il podcast della conferenza) 

Alessandro Zaccuri ha inaugurato oggi pomeriggio il ciclo di conferenze di Siloe 2018. Scrittore e giornalista culturale per Avvenire, Zaccuri si è spesso occupato della presenza di temi cristiani nell’immaginario contemporaneo.

Partendo dalla definizione dantesca di speranza («Spene» diss’io «è uno attender certo/de la gloria futura, il qual produce/grazia divina e precedente merto», Paradiso XXV), secondo la quale essa è dovuta sia alla grazia divina sia alle azioni del singolo, Zaccuri ha proposto al pubblico del festival una riflessione sul concetto di speranza nel cinema.

Da esempi di più banale riduzione della speranza a un prevedibile lieto fine fino all’analisi di opere drammaturgicamente più raffinate, sono state esplorate le diverse sfaccettature del concetto attraverso esempi cinematografici. «La speranza è un modo di guardare al mondo, quindi è un modo di raccontare. Non è l’illusione che tutto andrà bene o che tutto quello che accade è bene, ma è la certezza che in tutto quello che accade c’è un bene», sostiene Zaccuri, aggiungendo che tuttavia «la speranza, così come la bellezza, può manifestarsi in modi terribili».

Partendo da questi presupposti sono state presentate nove “figure della speranza”, personaggi femminili del cinema internazionale che secondo la lettura di Zaccuri potessero rappresentare diversi aspetti della virtù teologale: e allora abbiamo incontrato la principessa Leila di Star Wars, figura della speranza come dimensione umanitaria e collettiva; ma anche Inger di Ordet. La parola, che dimostra come talvolta, se compiuta, la speranza possa produrre effetti inaspettati e terribili; o la pasoliniana Assurdina Caì de Le Streghe. La Terra vista dalla Luna. Tra le altre Ofelia de Il labirinto del fauno, Arletty di Miracolo a Le Havre, Elena di Nuovo Cinema Paradiso, Galadriel de Il Signore degli Anelli, e le più “giovani” Agatha di Map to the Stars e Riley di Inside Out.

di Costanza Morabito

L’incontro con la Giuria Giovani apre la seconda giornata del Siloe Film Festival

Dopo un’intensa giornata di apertura, il Siloe Film Festival prosegue con ulteriori proiezioni e un ricco programma di conferenze e incontri.

In seguito alle proiezioni di ieri pomeriggio i giurati si sono confrontati con grande interesse sui temi dei corti in concorso. Dalla speranza nel futuro in barba a uno dei più efferati attacchi terroristici del nostro secolo ne L’Avenir, alla tensione di Madre, passando per la fulminea parabola di vita di Backstory e il colpo di scena spiazzante di One Second, ognuno dei film proiettati ha suscitato riflessioni e fornito materiale per accese discussioni.

La seconda giornata del festival si è aperta con un incontro con la Giuria Giovani, composta da 12 ragazzi (dai 18 ai 25 anni) selezionati in base a una lettera motivazionale e un curriculum.

«L’incontro con la Giuria Giovani è un momento a cui tengo molto, del resto chi più dei giovani può e deve parlare di speranza?», così Fabio Sonzogni introduce il dialogo tra Giuria Giovani e pubblico. Il direttore artistico propone dunque ai giovani giurati di prendere le mosse da una definizione del tema di quest’anno: «Cos’è la speranza?».

Molteplici le opinioni e le riflessioni. Diverse tra i ragazzi le voci che ritengono la speranza qualcosa di intrinseco alla vita stessa: «Nel momento in cui non c’è speranza non c’è vita», riflette Cassandra Baldini. Nel corso dell’incontro si è posta come centrale la questione della speranza come motore dell’agire: c’è ancora oggi il coraggio di sperare, e soprattutto di agire in base alla propria speranza? «Penso che una certa rassegnazione caratterizzi il nostro tempo. Ciò non vuol dire che ogni speranza sia perduta, ma allora cosa ci impedisce di arrabbiarci, di agire concretamente?», interviene Inrica Tudor. Se sembra condivisa la percezione di un “vuoto di speranza” tra le nuove generazioni, Lapo Frosali della Giuria Giovani insiste nel differenziare tra l’Occidente e Paesi le cui condizioni disperate non impediscono ai loro popoli di sperare: «Noi occidentali siamo viziati, ubriacati da un benessere che per definizione non ci soddisfa mai. Non ci accontentiamo più della semplicità, di dire “mi accontento di essere vivo, di alzarmi la mattina”. Non ci riusciamo perché siamo chiusi, condizionati dalla carriera, da desideri complessi, tendiamo sempre a vivere in un’illusione. Mi ha colpito molto, in Alganesh, quando arriva un camion pieno di immigrati che scendono col cuore in mano, contenti di aver raggiunto la libertà, una vita pulita. Siamo in grado, noi occidentali, di provare quello stesso sentimento?».

Concorda Sonzogni, che osserva la mancanza di un progetto comune, condiviso da una collettività: «Il tema di quest’anno mi è venuto in mente leggendo Il principio speranza di Ernst Bloch. Senza speranza non c’è utopia, non c’è progetto. I ragazzi che attraversano mari e paesi in cerca di un futuro migliore il loro progetto ce l’hanno molto chiaro. Dobbiamo capire perché in noi occidentali questo progetto non è altrettanto chiaro. L’essere umano ha sempre bisogno di progettare utopie. Ma tra i giovani d’oggi sento la mancanza di un progetto comune. E l’utopia non può che essere umanitaria, sociale, ma deve partire dal singolo».

di Costanza Morabito

Siloe in video

20 luglio 2018 – Il direttore artistico Fabio Sonzogni al TGR Toscana

20 luglio 2018 – Prime impressioni della giuria giovani

20 luglio 2018 – Intervista a Lia Beltrami

21 luglio 2018 – Risveglio con la Giuria Giovani – Prima parte

21 luglio 2018 – Risveglio con la Giuria Giovani – Seconda parte

21 luglio 2018 – Intervista a Luigi Pane

21 luglio 2018 – Intervista a Alessandro Zaccuri

21 luglio 2018 – Intervista a Federico Busonero

Lia Beltrami e Fabio Sonzogni in conversazione

«I film selezionati quest’anno tra i ben 2515 inviatici da tutto il mondo hanno tutti a che fare con un’attualità innominabile. Il titolo di quest’edizione, Sperare nell’innominabile attuale, è ispirato al testo illuminante di Roberto Calasso L’innominabile attuale. Tra i film occidentali che ci sono arrivati ho fatto molta difficoltà a trovare qualcuno che parlasse di speranza, spesso raccontano piuttosto un’assenza di speranza. Ho dovuto cercare in Paesi molto lontani da noi qualcosa che avesse una definizione dal punto di vista del presente», così il direttore artistico Fabio Sonzogni introduce la quinta edizione del Siloe Film Festival. «Mi sembra che al momento siamo in una situazione peggiore rispetto alla società liquida di Baumann. Come dice bene Calasso “ci svegliamo la mattina e sotto i nostri piedi abbiamo una palude”».

Insiste sul ruolo politico che il cinema può assumere in un presente disorientante Lia Beltrami, regista insieme alla figlia Marianna Beltrami di Alganesh, documentario in concorso: «Il cinema ci aiuta a rendere concreta la speranza, perché ci aiuta a interrogare le persone, e innesca delle reazioni. Se qualcuno all’uscita dal cinema compie anche solo un piccolissimo gesto ­- che può essere una presa di posizione o la condivisione di un post – è già un successo, poiché una qualsiasi azione può diventare un’azione politica. Per questo abbiamo deciso di dare il nome “Aurora” alla nostra casa di produzione: in questo baratro cerchiamo di creare una piccolissima luce, un’aurora appunto». È intervenuto nel corso dell’incontro anche Alberto Beltrami, montatore e compositore della colonna sonora di Alganesh. Il documentario di 60 minuti (proiettato oggi pomeriggio) è un viaggio attraverso quattro campi per rifugiati eritrei in Etiopia, guidato da Alganesh Fessaha, fondatrice della ONG Gandhi. «Alganesh è una delle persone che si stanno impegnando a rendere concreta la speranza, è la responsabile dei corridoi umanitari che stanno portando diversi giovani lontano da situazioni disperate».

di Costanza Morabito